Go to Sardinia
Cultura

Storia della lingua sarda

Dal latino dei coloni romani alle varietà di oggi: la storia della lingua romanza più vicina al latino.

Il sardo non è un dialetto dell'italiano: è una lingua romanza a sé, nata come il francese, lo spagnolo o il rumeno dal latino parlato, e riconosciuta dalla legge come lingua minoritaria. È anche, per opinione comune dei linguisti, la lingua neolatina che ha conservato più tratti del latino. Capire come ci è arrivata vuol dire ripercorrere la storia dell'isola: le genti che l'hanno abitata prima di Roma, i lunghi secoli di isolamento e i dominatori che si sono succeduti.

Max Leopold Wagner, lo scopritore

Il nome a cui la linguistica sarda deve di più è quello di un tedesco, Max Leopold Wagner (1880-1962). All'inizio del Novecento girò l'isola paese per paese, annotando parole, suoni e oggetti della vita quotidiana. Da quel lavoro nacquero studi che restano fondamentali: La vita rustica della Sardegna riflessa nella lingua, la fonetica storica del sardo, La lingua sarda. Storia, spirito e forma (1950) e il Dizionario etimologico sardo. Wagner fu il primo a mostrare con metodo che il sardo andava studiato come una lingua autonoma e non come una varietà periferica dell'italiano.

Una lingua figlia del latino

Roma conquistò la Sardegna nel 238 a.C. e ci restò per circa sette secoli. Il latino portato da soldati, coloni e funzionari si radicò presto, e l'isolamento successivo lo protesse da molte innovazioni che trasformarono il latino parlato nel resto dell'impero. Per questo il sardo conserva caratteri arcaici che altrove si sono persi.

Il più citato riguarda le consonanti k e g davanti a e e i: in gran parte delle lingue romanze si sono addolcite (pensa al latino centum, che diventa cento in italiano e cien in spagnolo), mentre nel logudorese e nel nuorese suonano ancora dure: kentu. Anche il sistema delle vocali è più vicino al latino, perché tiene distinte vocali che in italiano si sono confuse.

Il lessico racconta la stessa storia. Il sardo usa domo per la casa (dal latino domus), ianna per la porta (da ianua), mannu per grande (da magnus) e cras per domani: tutte parole che l'italiano ha perso o sostituito. Gli articoli su e sa vengono dal latino ipse, ipsa, e non da ille come l'italiano il e la. Anche i plurali in -s avvicinano il sardo alle lingue iberiche più che all'italiano.

Prima di Roma: il sostrato

Sotto il latino restano tracce delle lingue parlate prima della conquista. La più misteriosa è quella dei Nuragici, che gli studiosi chiamano paleosardo: non ne conosciamo testi, ma sopravvive in molti nomi di luogo, in parole legate alla pastorizia e al paesaggio e, naturalmente, nella parola nuraghe. Sulle sue parentele, iberiche, basche o mediterranee, il dibattito è ancora aperto.

Più chiaro è il contributo del punico, la lingua di Cartagine, che dominò le coste dell'isola per circa tre secoli. Gli studiosi gli attribuiscono alcune parole ancora vive, soprattutto nomi di piante e di luoghi del Sud dell'isola.

Dopo Roma: i superstrati

Ogni dominazione ha lasciato parole. Dal periodo bizantino e dai Giudicati vengono termini della vita religiosa e amministrativa; i condaghi, i registri dei monasteri medievali, sono, insieme alle carte giudicali dell'XI secolo, tra i documenti più antichi scritti in sardo. Pisa e Genova hanno lasciato un'impronta toscana e ligure, soprattutto nel Nord.

Più profonda fu l'influenza catalana e spagnola, durata dal Trecento al Settecento: centinaia di parole sarde vengono da lì, come bentana per finestra o cadira per sedia, e ad Alghero si parla ancora una varietà di catalano. Con i Savoia, dalla metà del Settecento, l'italiano divenne la lingua ufficiale della scuola e dell'amministrazione, e da allora è la lingua che ha pesato di più sul sardo moderno.

Le varietà di oggi

Il sardo si divide in due grandi gruppi: il logudorese, al centro-nord, con il nuorese, la varietà più conservativa, e il campidanese, al centro-sud. Le differenze si sentono subito: a Nuoro si dice sos e sas, a Cagliari is. Non tutte le parlate dell'isola però sono sardo: il gallurese e il sassarese sono vicini al còrso, ad Alghero si parla catalano e a Carloforte e Calasetta il tabarchino, una varietà ligure portata dai coloni arrivati da Tabarka, in Tunisia, nel Settecento.

La lingua oggi

Il sardo è riconosciuto come lingua minoritaria dalla legge italiana 482 del 1999 e tutelato da leggi regionali. Negli ultimi decenni sono nati proposte di grafia comune, corsi, programmi radiofonici e una produzione letteraria e musicale molto vivace. Resta però una lingua che i giovani parlano sempre meno: per questo associazioni e comuni puntano sulla scuola e sui media.

Per chi visita l'isola basta poco per accorgersene: nei nomi di paesi e di strade, nelle insegne bilingui, nei canti a tenore, nei mercati dei paesi dell'interno, dove le parole antiche si sentono ancora.

Per approfondire

  • Giovanni Lupinu, Storia della lingua sarda, saggio di riferimento per questa pagina.
  • Max Leopold Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, a cura di Giulio Paulis, Ilisso.
  • Max Leopold Wagner, Dizionario etimologico sardo.
  • Eduardo Blasco Ferrer, Storia della lingua sarda, Cagliari, Cuec.